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GLI STUDI, IL MINISTRO E I PARADOSSI DELLO SVILUPPO
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04 ago 2016

GLI STUDI, IL MINISTRO E I PARADOSSI DELLO SVILUPPO

Gli avvocati d'impresa sono chiamati a essere classe dirigente. Ma generalizzare il modello organizzativo dei grandi studi associati non basta

 
Da più anni, TopLegal ha dato voce al ruolo che gli avvocati d’impresa possono esercitare, oltre la sfera prettamente professionale, nella vita sociale, politica ed economica del Paese, ruolo dettato dall’ambiente e dal momento storico. I tempi ora sono più che mai maturi perché gli avvocati d’impresa siano un modello e una guida, non solo per tutta la professione, ma anche per la competitività e il benessere del Paese.

Lo dimostra un recente incontro da cui, forse per la prima volta, è partito un appello istituzionale diretto affinché i grandi studi legali diventassero classe dirigente. Lo scorso mese a Roma, si sono confrontati i vertici dei tre primari studi legali in Italia – BonelliErede, Chiomenti e Gianni Origoni Grippo Cappelli – e gli esponenti del Consiglio nazionale forense (Cnf). L’incontro-osservatorio ha avuto come oggetto di analisi lo studio legale associato, modello organizzativo in virtù del quale sono state formulate quattro «piattaforme di sviluppo» o priorità su cui occorrerà lavorare nei prossimi anni. Primo, rafforzare ed estendere il modello associativo alle strutture solo formalmente associate (in cui gli avvocati condividono costi ma non ricavi). Secondo, innovare la formazione professionale grazie a una nuova apertura alle esigenze del mercato (all’università servirà imparare a gestire uno studio legale). Terzo, regolamentare il rapporto tra collaboratori e studio legale (facendo finalmente emergere dalla penombra una categoria di professionisti che è stata finora priva di statuto). Ultimo, considerare lo sviluppo dello studio legale associato nel suo modello organizzativo nel contesto dello sviluppo del Paese e, in particolare, la sfida dei servizi sui mercati internazionali.

Il programma tracciato è ambizioso ma il punto cruciale è stata la sottolineatura finale del Ministro della Giustizia Andrea Orlando che merita una lettura. Soprattutto perché rovescia il disinteresse istituzionale le in cui finora è stata avvolta la categoria dei business lawyer italiani.

Ripetutamente durante il suo intervento, Orlando ha posto come imprescindibile dovere quello di fare i conti con la realtà, con la contemporaneità e con la situazione concreta in cui si muovono tutti gli avvocati. Superando le «forti diffidenze» ordinistiche nei confronti dell’associazionismo, bisogna riconoscere che tali forme di organizzazione rappresentano, al contrario, importanti premesse per lo sviluppo futuro della professione. Il discorso del Ministro ricorreva più volte alla triangolazione dei tre attori in campo: Stato, ordini e grandi studi legali. Talvolta gli studi legali erano chiamati ad affiancare il legislatore nell’accompagnare e guidare l’evoluzione della professione frenata da logiche corporative (il Governo avrebbe «rimesso la professione nella posizione di fare i conti con la realtà», spiegava Orlando, ma questo lavoro deve essere «guidato e coadiuvato proprio da realtà come le vostre», a causa della «qualità che anticipa una qualità che sarà domani comune a gran parte di coloro che eserciteranno la professione»). Talvolta, invece, si mettevano in rapporto Stato, sistema ordinistico e mondo degli studi legali per determinare un punto di equilibrio ideale tra corporazione e mercato, etica e utilità, la tutela dei diritti e l’erogazione dei servizi.

Il mondo è cambiato, sosteneva Orlando, a causa di una dinamica globale di forte internazionalizzazione. Questa internazionalizzazione, ritenuta «assolutamente fondamentale» ma finora dimenticata dal legislatore, è stata al centro delle considerazioni del Ministro Orlando. Oltre i confini nazionali arrivano non solo rischi ma anche nuove opportunità che gli studi legali sono chiamati ad affrontare. Risuona alle orecchie il monito del Ministro: se non si riesce a seguire il cliente all’estero, né a conoscere, né a radicarsi nel suo mercato per conquistare nuove quote di mercato, «la presenza di quel cliente diventa il veicolo attraverso il quale studi professionali del paese nel quale si investe riescono ad arrivare nel nostro» (In verità, sappiamo che gli studi legali stranieri sono già massicciamente in Italia da due decenni e che hanno fatto il loro ingresso senza aspettare che arrivassero da loro gli imprenditori italiani. Anzi: dalla metà degli anni Novanta in poi, a partire dall’arrivo delle grandi privatizzazioni e l’apertura ai grandi investitori istituzionali, oltre a faticare per seguire il cliente all’estero, gli studi italiani lo hanno spesso perso anche in Italia).

Le risposte date dall’incontro alle sfide dello sviluppo futuro della professione sono formazione, specializzazione e l’organizzazione, vale a dire, la struttura che sostiene il percorso. Tuttavia, questo programma fa sorgere alcune criticità.

Il tema ritenuto più importante per tutti gli studi legali (e non soltanto i grandi) e con il quale, ammette il Ministro, la legge sull’ordinamento forense non ha fatto pienamente i conti, riguarda il problema di capire «come specializzazione e formazione si collocano nella prospettiva dell’internazionalizzazione». Il problema sorge perché il legame tra formazione e specializzazione da una parte, e il successo in ambito internazionale dall’altra, sembra più auspicato che non fondato visti alcuni limiti oggettivi. Studi piccoli o scarsamente specializzati, ad esempio, non possono sostenere gli investimenti necessari per la formazione. Né si può determinare in modo prestabilito la specializzazione che sarà necessaria per venire incontro alla domanda. Persino gli sforzi per raggiungere l’obiettivo di internazionalizzazione sono destinati all’esito incerto a causa del mercato aperto. Non sorprende pertanto se, mentre si augura «una politica industriale che accompagni l’evoluzione della professione», il Governo rinuncia alla «velleità dirigistica».

Formazione, specializzazione, internazionalizzazione. Basta una semplice deduzione logica per capire che in questo ragionamento diventa fondamentale un quarto elemento: il mercato. Il concorso tra tutti e quattro gli elementi è necessario per il successo dei tre pilastri individuati da Orlando. Tuttavia, visto che l’esito del mercato non può dipendere né dal legislatore né tanto meno dagli studi legali, con il mercato occorre armonizzare e adattare formazione, specializzazione e internazionalizzazione, non il contrario. Altrimenti diventa difficile immaginare che si possa mettere in salvo una professione in profonda crisi e invertire la proletarizzazione di una sua parte con la sola generalizzazione di un modello organizzativo. Formazione, specializzazione e internazionalizzazione sono sostegni importanti allo sviluppo. Ma alla fine servono i clienti.
 

tags: ChiomentiGianni Origoni Grippo CappelliBonelliEredeAndrea Orlando
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