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DOPO BREXIT TORNA IL CIGNO NERO
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29 nov 2016

DOPO BREXIT TORNA IL CIGNO NERO

Il susseguirsi di eventi inattesi rende obbligatorio guardare oltre la scrivania


«Un G7 2017 con Trump, Le Pen, Boris Johnson, Beppe Grillo?».
L’ipotesi, definita «scenario horror», è quella evocata dal capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Juncker, Martin Selmayr, nel suo tweet dal G7 in Giappone lo scorso maggio. Poche settimane dopo, in un referendum storico, la Gran Bretagna vota a favore dell’uscita dall’Unione europea. Pochissimi avrebbero scommesso sull’esito di una Brexit ma quello che pochi mesi prima sembrava impossibile inizia a diventare fin troppo probabile. A novembre arriva un risultato ancora più sbalorditivo con la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. E potrebbe non finire qui. Nel 2017, gli elettori di Francia e Germania (e, eventualmente, di Italia e Gran Bretagna) andranno al voto con un risultato che potrebbe essere condizionato dai trionfi inaspettati della Brexit e di Mister Trump.

Intanto il 2016 potrebbe riservare altre sorprese che ci riguardano più da vicino. Al momento della pubblicazione di questo editoriale siamo alle prese con un referendum costituzionale il cui esito, secondo alcuni analisti, potrebbe creare un clima di sfiducia pericoloso attorno all’Italia. A prescindere dal risultato di quel voto, le prospettive future paiono quanto mai costellate di dubbi. Secondo il rilevatore Economic Policy Uncertainty, l’indice di incertezza globale dopo il referendum britannico è arrivato a 275 punti rispetto ai 177 punti raggiunti all’indomani dell’attacco alle Torri gemelle nel 2001. 

A subire in prima linea il risultato del referendum britannico sono stati i grandi studi legali londinesi per cui l’integrazione europea era alla base della propria globalizzazione durante gli anni Novanta e Duemila. Il voto sull’Unione europea continua a far tremare le grandi insegne che temono che Londra perda il suo primato come hub indiscusso della finanza e dei servizi professionali come anche il diritto inglese la sua caratura internazionale. Per l’Italia, il voto negativo del Regno Unito va valutato non solo dal punto di vista economico per cui, tutto sommato, si intravedono effetti limitati, ma soprattutto in un’ottica politica, per il possibile effetto di emulazione dell’euroscetticismo inglese.

La scossa arrivata dall’altra sponda dell’Atlantico, invece, potrebbe generare impatti economici negativi più generalizzati. Tra le promesse elettorali di Trump figurano la rinegoziazione degli accordi tra Stati Uniti e Cina, lo smantellamento degli accordi Nafta e del Trattato di libero scambio nel Pacifico (Tpp), intesa sull’abolizione di tariffe e altre barriere commerciali che riguarda un’area che vale il 40% del Pil mondiale. Il ribaltamento della politica economica produrrà incertezze che peseranno indubbiamente sulla fiducia degli investitori, portando al rinvio delle operazioni e a un calo delle acquisizioni e fusioni.

Gli avvocati d’affari, si sa, sono stati abituati in questi anni al lavoro anticiclico e possono guadagnare indipendentemente dal fatto che il mercato salga o scenda. D’altronde, gli studi legali internazionali che assistono i clienti con un’esposizione diretta si augurano che la Brexit e persino l’ascesa di Trump possano generare maggiore lavoro regolamentare e contenziosi. Il problema per la categoria è un altro e sarà soprattutto quello di entrare in un periodo di inattività protratto in cui prevale un atteggiamento attendista con investitori e governi nazionali che rimangono con le mani in mano.

Tuttavia, limitarsi a un’analisi che guarda esclusivamente agli impatti di questi sconvolgimenti per l’attività professionale sarebbe estremamente miope. La posta in gioco è molto più importante: ci vanno di mezzo le premesse dell’intero sistema da cui dipendiamo tutti. Come hanno sostenuto diversi commentatori, a essere principalmente colpito dalle recenti consultazioni democratiche nel Regno Unito e negli Stati Uniti è stato il cammino della globalizzazione il quale, secondo una storiografia rispolverata e propagandata dopo la caduta del muro di Berlino, era dato come comune destino del pianeta. 

Non più. «La strada globale della globalizzazione richiede una correzione di rotta», ha detto il presidente uscente Barack Obama durante la sua visita in Grecia. In altre parole, serve dare alla globalizzazione un’altra direzione per diminuire le ineguaglianze acute degli ultimi decenni. In particolare, servirebbe ripensare le basi dei trattati internazionali che tutelano i soli investitori ma fanno poco per promuovere uno sviluppo economico maggiormente equo e sostenibile. Come ha sostenuto recentemente l’economista francese Thomas Piketty nelle pagine del Guardian, va contrastata l’idea che possa essere possibile una globalizzazione a costo zero, ovvero, una globalizzazione che scarichi sulla maggioranza i suoi costi sociali, fiscali e climatici. Né può essere escluso il diritto da tale ragionamento. Andrebbe, per esempio, ripensata la diffusione della giustizia privata come strumento per la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati; in particolare, i tribunali internazionali semisegreti che sono le corti di arbitrato commerciale, in cui le leggi e la politica nazionale non hanno alcun potere di intervento. 

Contro Brexit e Trump gli avvocati d’affari anglofoni si sono pesantemente schierati, con il rischio di appoggiare un’élite che appare irreversibilmente screditata. In assenza del cambio di rotta auspicato da Obama, il divario tra governati e governanti non smetterà di accentuarsi con un’alta probabilità che altri cigni neri possano verificarsi. Altri eventi tanto inattesi quanto pericolosi potrebbero obbligare i professionisti a dover affrontare non solo la sfida della congiuntura economica, ma anche una crisi socio-valoriale della figura stessa dell’avvocato. 



 

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