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Come navigare nelle acque del protezionismo
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21 apr 2017
Intervista

Come navigare nelle acque del protezionismo

Sara Armella spiega perché ci stiamo muovendo verso la fine del multilateralismo e come dovrebbero agire le imprese in questo nuovo scenario.

Il commercio mondiale è in subbuglio. E potrebbe mettere a rischio la ripresa globale. Nel suo World Economic Outlook da poco pubblicato, il Fondo monetario internazionale ha rivisto leggermente al rialzo le proprie stime sul Pil globale: al 3,5% dal 3,4% delle previsioni di gennaio. Ma con Trump sul piede di guerra e con i venti populisti che si rafforzano, il protezionismo rischia di essere il convitato di pietra della crescita. Cosa dobbiamo aspettarci? Sara Armella (in foto), fondatrice dello studio Armella e autrice del saggio “Diritto doganale dell’Unione europea”, spiega perché ci stiamo muovendo verso la fine del multilateralismo e come dovrebbero agire le imprese in questo nuovo scenario.

Con l’elezione di Trump sono esplosi i timori di un ritorno deciso al protezionismo. Eppure, già negli ultimi anni, abbiamo assistito a un costante aumento delle misure protezionistiche globali. Qual è lo scenario a cui dobbiamo prepararci?
Stiamo assistendo a un’escalation di nuove misure protezionistiche: dalla crisi del 2008 se ne contano circa 4.000, di cui la parte più significativa è stata adottata dagli Usa, già durante l’amministrazione Obama. Trump rappresenta quindi solo la punta dell’iceberg di un fenomeno diffuso, anche se finora più silenzioso. Il protezionismo di Trump è meno selettivo, più incondizionato, quasi ideologico. Ha obiettivi politici ed è stato utilizzato come bandiera in campagna elettorale.

Le minacce di Trump sono credibili?
L’impressione è che, su questo terreno, Trump possa effettivamente adottare le misure che ha promesso, anche grazie ai poteri speciali del presidente Usa in materia di commercio estero. All’orizzonte non ci sono solo i dazi selettivi su alcuni prodotti, ma anche la Border tax, attualmente in discussione al Congresso Usa, una tassa molto pesante, pari al 20% del valore di tutti i beni importati. I suoi sostenitori affermano che si tratti di una nuova Iva, in linea con le regole Wto:  tuttavia, non ha le caratteristiche dell’Iva, ma punisce in maniera selettiva le merci importate dagli Usa.

Quali le conseguenze per Italia?
L’Italia non solo fa forte affidamento sull’export, che ha sostenuto la nostra economia in questi anni di crisi, ma è anche uno dei Paesi che esporta di più nel mercato Usa. Chiaramente ha molto da perdere e non dovrebbe dimenticarsi le conseguenze dei dazi russi imposti al Made in Italy, come reazione alle sanzioni per i fatti di Crimea. In questi anni anche l’Europa è risultata molto attiva sul fronte delle misure protezionistiche. Bisogna capire di che tipo di dazi si parla. Non sempre adottare misure di tutela delle produzioni interne significa violare i principi del libero scambio, perché lo scambio deve essere giusto, prima che libero. Infatti, la maggior parte delle misure introdotte dalla Ue, che ha messo soprattutto dazi contro il dumping di altri Paesi, non sono state sanzionate dal Wto. Allo stesso tempo, è vero che anche la Cina ha introdotto molte misure protezionistiche e ha attivato il Wto lamentando pratiche scorrette.

Siamo alla fine del multilateralismo?
I segnali ci dicono che il multilateralismo è in crisi, e non da oggi: dal Doha round in poi non c’è stato un solo consesso Wto che abbia prodotto un accordo globale, mentre tutti i trattati raggiunti negli ultimi anni sono bilaterali. Attenzione, però, a non gettare via anche tutti i progressi raggiunti: il Wto ha creato regole comuni e condivise (il diritto doganale internazionale) e costituito la base per il dialogo tra gli Stati, istituzionalizzando organi di risoluzione delle controversie, in mano a giudici che applicano principi di diritto. Il Wto ha garantito una riduzione consistente dei dazi, è intervenuto per evitare che le guerre economiche degenerassero in fenomeni più gravi, oltre al fatto che, oggi, le misure protezionistiche sono finalmente monitorate e contrastate. Tuttavia, questa fase è in crisi per la mancata gestione politica della globalizzazione, che ha ridotto le disuguaglianze esistenti tra i Paesi in via di sviluppo e gli altri, ma ha acuito le disuguaglianze all’interno delle società occidentali.

Come devono muoversi le imprese?
Spesso si parla degli effetti delle politiche doganali soltanto quando hanno già prodotto danni: occorre, invece, guardare in anticipo e vederne anche le potenzialità. Per chi esporta è importante sapere quali accordi di libero scambio verranno sottoscritti, quali merci ne beneficeranno e a quali condizioni. Alcuni accordi possono aprire nuovi mercati, è il caso per esempio dell’accordo tra la Ue e il Canada oppure quello in arrivo con il Giappone. Sono aspetti che le imprese più grandi e strutturate sono abituate a monitorare. Al contrario, le Pmi spesso non sono preparate per elaborare e trarre le conseguenze dei cambiamenti nella normativa doganale, privandosi di opportunità di crescita e vivendo i problemi in fase di emergenza.

In che senso?
È necessario che le imprese conoscano in anticipo le ricadute economiche degli accordi conclusi dall’Unione europea con i Paesi dei loro clienti e dei loro fornitori: spesso non è facile, anche per chi ha una lunga tradizione alle spalle, capire l’origine doganale di una merce. Per esempio, si deve essere in grado di dimostrare che si sta importando un prodotto originario proprio di un determinato Stato, cosa non banale in un mondo globalizzato. Inoltre, le regole cambiano in relazione ai settori e agli accordi. Può così essere sufficiente cambiare qualcosa nel modo di produrre per ottenere l’inclusione, ma bisogna saperlo in anticipo e programmare. Sul versante delle imprese che esportano, invece, una delocalizzazione aggressiva, decisa da una Pmi per risparmiare su certi costi di produzione, potrebbe avere un effetto boomerang a livello di ricavi dell’export.
tags: Sara ArmellaArmella
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