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UNA CONCORRENZA CHE ARRIVA DALL’ALTO PER PARTIRE DAL BASSO
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28 set 2017
Editoriale

UNA CONCORRENZA CHE ARRIVA DALL’ALTO PER PARTIRE DAL BASSO

Le riforme di questa estate provano a creare sistema e sviluppo nel comparto legale


Secondo le ultime statistiche ufficiali aggiornate al 31 dicembre 2016, il numero di avvocati in Italia ha raggiunto 312mila unità. Di questi solo 30mila, il 9% del totale, fanno parte di un’associazione. Se si ricorda che le microimprese con meno di 10 addetti pesano per il 95% delle imprese attive in Italia, emerge quanto il comparto legale, altamente frammentato e di scala dimensionale ridotta a qualsiasi livello lo si consideri, sia specchio del sistema produttivo italiano. Ma gran parte dell’avvocatura soffre di un ulteriore male: la proletarizzazione. Secondo l’ultimo rapporto Censis, l’80% degli avvocati italiani ha un reddito annuo inferiore a 10mila euro, con tutti i rischi di un gettito insufficiente per la cassa di previdenza. 

La crisi della categoria è arrivata sulla scrivania del Governo ma non è rimasta lì. A un incontro tenutosi già l’anno scorso a Roma tra i maggiori studi legali e le istituzioni forensi, sull’impoverimento della categoria interveniva il ministro della giustizia Andrea Orlando il quale indicava come cause il diffuso approccio generalista e la genericità della prestazione professionale. Preannunciando le intenzioni liberalizzatrici del legislatore, Orlando non lasciava dubbi sulla posta in gioco in assenza di uno sviluppo del comparto. L’immiserimento degli avvocati rischiava di creare un “movimento antisistema” tale da mettere in pericolo la democrazia stessa. Per contrastare il disastro Orlando evocava una “politica industriale” capace di accompagnare l’evoluzione della professione. 

Uno dei tasselli di questa politica, il regolamento sulle specializzazioni del 2015, era stato giudicato un regalo ai cosiddetti “megastudi” romani e milanesi da alcuni ambienti forensi. Ora, con due nuove leggi approvate questa estate, si prova a creare sistema e sviluppo dal basso. 

La legge sul lavoro autonomo riconosce ai professionisti la possibilità di costituire reti e consorzi (anche con le imprese) per partecipare agli appalti. Con la legge sulla concorrenza, invece, vengono ribaltati il divieto di investitori esterni nel ruolo di soci e la riserva di amministrazione in favore degli avvocati. Sebbene l’organo di gestione debba ammettere solo soci e avvocati in maggioranza, l’amministratore può essere un socio di capitale. Viene inoltre abrogato il divieto della forma multidisciplinare nonché la partecipazione da parte degli avvocati a più associazioni. 

Queste riforme stupiscono non solo per il cambio di passo che rappresentano ma anche per il loro tempismo. Partorite da un Parlamento e un Governo a termine e senza il favore della maggioranza della professione, le riforme si addentrano in un territorio del tutto inesplorato. Si intuisce una chiara volontà del Governo, come auspicato da questa testata sin dalla sua nascita nel lontano 2004, di considerare l’avvocatura nella prospettiva di crescita, di produttività e d’innovazione molto diversa dall’immagine tradizionale della professione fondata sulla trinità dignità-decoro-libertà. Gli avvocati d’impresa, ormai è cosa nota, generano numeri importanti. E proprio in questa ottica di sistema economico, il ministero dello sviluppo economico stima che le riforme avranno come effetto una crescita del Pil nel breve termine dello 0,2% e dell’1% a regime. Come dire: l’assistenza legale sarà pure un’attività professionale ma lo studio legale rappresenta un’attività economica e va considerato alla stregua dell’impresa.

Si introducono quindi novità in grado di rilanciare la competitività della categoria, o almeno sulla carta. In questa fase ancora attuativa, vi è da aspettarsi che la lobby forense cerchi di ritornare  alla “tipica ipotesi di società senza impresa”, come scrive nel suo recente libro l’avvocato esperto di corporate, Filippo Palmieri. Tuttavia allo stato attuale, le riforme hanno il grande merito di partire dalla specificità storica della libera professione italiana caratterizzata dal protagonismo e dall’isolazionismo inveterati. Lo strumento delle reti di studi legali in particolare richiama quello delle reti d’impresa create nel 2009 per consentire alle Pmi di resistere alla crisi e migliorare le esportazioni. Attraverso lo strumento giuridico del contratto di rete, le imprese hanno potuto aumentare la propria forza sul mercato per ottenere massa critica senza doversi unire tramite fusioni né essere controllati da un unico soggetto. Oggi si contano più di 3.000 reti che coinvolgono circa 17.000 imprese.

La codificazione delle reti di studi come soggetti giuridici potrebbe creare un importante stimolo al cambio culturale che parte con ragione dai limiti del contesto professionale italiano. Si punta in un primo momento a creare aggregazioni opportunistiche per diminuire costi, creare squadre e aggregare specializzazioni con la possibilità di diventare grandi restando piccoli e senza perdere la propria identità. Ma le aggregazioni potranno abituare all’unione per favorire le concentrazioni. Mentre le speranze del Governo possono suonare eccessive (“una spinta verso una maggiore penetrazione dei mercati dei servizi legali globali”, recita il sito del ministero), sembra più verosimile lo scenario di un mercato nazionale maggiormente consolidato con meno avvocati e meno studi poco strutturati in grado di ritagliarsi uno spazio.

Posto che la normativa non venga stravolta, è prevedibile che potrebbero sperimentarsi soci di capitali nelle aree del recupero credito e del contenzioso seriale e assicurativo. Come fanno notare alcuni soci fondatori, l’ingresso di capitali aiuterebbe a migliorare la governance nonché la trasparenza e la sostenibilità economica degli studi, garantendo gli investimenti di lungo termine a favore dello sviluppo contro l’attuale interesse di breve termine basato sui profitti dei singoli soci. Anche la presenza dell’amministratore non avvocato potrebbe portare al superamento di quella figura ibrida che incarna (da sempre imperfettamente) due ruoli: il professionista che produce e il dirigente che si occupa della gestione dello studio (si veda l’editoriale “Fatturare o gestire? Questo è il problema” pubblicato nel numero di ottobre/novembre 2016 di TopLegal Review). Ma per affidare la guida di uno studio legale e dei suoi clienti a un non avvocato servirà un salto culturale notevole. Salto che nessuna riforma potrà mai istituire fin quando gli avvocati rivendicheranno il diritto esclusivo di gestire uno studio legale.

tags: Filippo PalmieriAndrea Orlando
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