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LA PAROLA CHIAVE DEL 2018? CRESCITA
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28 nov 2017
Scenari

LA PAROLA CHIAVE DEL 2018? CRESCITA

Le partite del 2018 si giocheranno sull’asse geografico Milano-Roma e tra i modelli ibridi ancora posizionati in un segmento scomodo del mercato

 

L’anno che sta per concludersi non poteva iniziare sotto auspici meno favorevoli. L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca risollevava lo spettro del protezionismo e della guerra commerciale. Dopo Brexit, i mercati temevano altre spinte populiste con gli elettori chiamati alle urne in Olanda, Francia e Germania. Nel comparto legale, invece, si consumava un fallimento denominato il nuovo Dewey Ballantine dopo l’ammissione in amministrazione straordinaria del braccio europeo di King & Wood Mallesons

Sebbene il dissesto di King & Wood Mallesons abbia colpito anche la sede italiana, la vicenda poteva sembrare estranea al nostro mercato che, semmai, soffre di un male completamente opposto. Nel Paese delle microimprese, solo il 9% degli avvocati fa parte di un’associazione. Il problema degli studi legali italiani è la mancanza di crescita piuttosto che l’eccesso. Una risposta dalle istituzioni è arrivata questa estate con la legge sulla concorrenza volta a stimolare le aggregazioni tra professionisti per creare sistema e sviluppo dal basso. 

Ma non è soltanto la parte strutturalmente ed economicamente più debole della professione che si trova alle prese con il problema della crescita. La profonda crisi durata sette anni circa ha posto tutte le associazioni di fronte a un dilemma: o ridurre le compagini con il rischio di privarsi di un futuro, poiché senza la possibilità di nominare nuovi soci si diventa meno attrattivi per i talenti e si perde competitività; o intraprendere l’espansione accettandone tutte le insidie. In Italia, le fusioni vere tra studi legali consolidati sono fenomeni molto rari. Nonostante la frammentazione del comparto, nel 2017 non si è assistito ad alcuna combinazione di peso che abbia scardinato gli equilibri di mercato. Gli studi medio-grandi si sono invece mossi in base ad altre premesse, proseguendo con la strategia di ampliamenti misurati a colpi di lateral hire e la conquista di nuove quote attraverso l’asse geografico. All’interno di questa tendenza, si profilano due partite diverse in corso. 

La prima e la meno avanzata riguarda l’espansione internazionale. Anche quest’anno gli studi italiani hanno allargato la propria presenza nelle principali piazze finanziarie di Londra e New York. L’internazionalizzazione presenta però un ostacolo strutturale oggettivo per l’esiguo numero di gruppi italiani rilevanti che richiedono un’assistenza all’estero. Gli spazi per muoversi in questo contesto sono quindi limitati. 

La seconda partita si gioca in casa e contiene a sua volta due risvolti. Il primo, di ordine geografico, riguarda la forbice sempre più allargata tra le piazze di Milano e di Roma. Il crollo delle banche venete ha contribuito all’eclissi progressiva della finanza regionale acceleratasi nell’ultimo decennio a colpo di aggregazioni e fallimenti bancari, tutto a vantaggio di Milano emersa come centro indiscusso degli affari e hub di ordine internazionale. A ottobre sono sbarcati nella città meneghina due nuovi studi, il colosso Herbert Smith Freehills e Dwf. A questi potrebbero aggiungersi altri nomi tra le terze linee londinesi. Dopo Expo2015, Milano è stata sconfitta soltanto dal sorteggio per l’assegnazione dell’Agenzia europea del farmaco, a conferma della sua raggiunta competitività internazionale e capacità di giocarsi le grandi partite europee. Roma, al contrario, ha incassato l’addio di McDermott Will & Emery, il quarto ritiro dalla Capitale da parte di uno studio internazionale nell’arco di 18 mesi. Gli studi anglo-americani, sempre attenti al ritorno sugli investimenti, sono il barometro delle vicissitudini dei mercati in cui operano. La trasformazione di uno studio a trazione romana come McDermott è emblematica dei cambiamenti della capitale, ambito in cui si muovono lo Stato al posto dei capitali privati, il contenziosista e il professore universitario più che il consulente legale. 

Il secondo aspetto della partita in corso riguarda il superamento di un certo modello di studio legale caratterizzato da un posizionamento che in passato ho definito “scomodo”. Grazie ai rimescolamenti dovuti alla crisi, un’evoluzione obbligatoria ha interessato la classica boutique di societario e contenzioso cresciuta negli anni passati intorno al salotto buono e alle relazioni dirette con gli imprenditori. A partire dal 2014-2015, studi come Gattai Minoli Agostinelli, Gatti Pavesi Bianchi, Grimaldi, Lombardi Segni, Pedersoli e Rcc hanno puntato sullo sviluppo, rafforzando le proprie squadre, aprendo a nuove specializzazioni e aumentando le sedi nazionali e internazionali per avvicinarsi – chi più chi meno – ai concorrenti autoctoni più grandi. Questa tendenza è proseguita durante l’anno in corso con l’apertura a Roma di Pedersoli e l’avvio del proprio dipartimento di diritto amministrativo. 

Questa fascia di mercato si trova oggi all’epicentro delle sfide che affrontano tutti gli studi dalle dimensioni medio-piccole in su e che possono essere sintetizzate con una serie di interrogativi. Qual è la dimensione ottimale della compagine? Come garantire la stessa qualità con l’ingrandimento? Come assicurare che fatturati e margini non varino notevolmente da un anno all’altro? Come creare responsabilità di gestione e dotarsi di regole interne di buon governo senza appesantire la struttura né appiattire l’imprenditorialità dei propri professionisti? La necessità di interrogarsi su questi temi non potrà che acuirsi nell’anno che verrà.

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