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All’Iba le nuove tendenze della consulenza fiscale
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10 ott 2018
Roma 2018

All’Iba le nuove tendenze della consulenza fiscale

Macchi di Cellere Gangemi e UniCredit intervengono sul nuovo rapporto fisco-contribuente



La consulenza fiscale ragiona sempre più in ottica di prevenzione: l’obiettivo è risolvere le problematiche al di fuori dei tradizionali canali (ad alto consumo di tempo), consentendo allo stesso tempo di decongestionare il lavoro delle corti fiscali. Il tema, che è stato affrontato recentemente anche da un ampio speciale sul tax pubblicato da TopLegal Review (“Lo studio si ridisegna”, numero 6 di ottobre/novembre 2018), è approdato martedì nel consesso internazionale della Conferenza annuale dell’Iba in corso a Roma. «La scelta dell’argomento conferma che anche a livello internazionale si percepisce la necessità di trovare ed esplorare nuove soluzioni per migliorare e accelerare la soluzione delle controversie fiscali», dice a TopLegal Bruno Gangemi (in foto, a sinistra), socio fondatore di Macchi di Cellere Gangemi, che ha presieduto la tavola rotonda insieme all’americano Sam Kaywood di Alston & Bird

Le stesse amministrazioni fiscali hanno sviluppato e stanno perfezionando strategie strutturate per far fronte alle difficoltà derivanti da controversie sempre più sofisticate connesse ad accertamenti di gruppi multinazionali operanti nell’ambito di una varietà di giurisdizioni. Nel dibattito è stato quindi affrontato il tema delle verifiche condotte in un determinato Paese con la partecipazione diretta di amministrazioni di altri Paesi (joint audit). «Se da un lato — commenta Gangemi — si possono intuitivamente percepire i vantaggi che tali joint audit possono offrire, dall’altro lato non si possono sottacere i problemi, sia pratici che legali, che possono sorgere. A prescindere da problemi legati dalla scelta di una lingua di lavoro comune, si pongono questioni di non poco momento, come ad esempio il controllo sul flusso delle informazioni scambiate e la definizione dei limiti dei poteri delle amministrazioni “ospiti”». Un tema vicino ai joint audit è quello dei controlli simultanei che consentono un utilissimo coordinamento tra funzionari impegnati nel contestuale accertamento di società appartenenti allo stesso gruppo e localizzate in diversi Paesi.

Per Gangemi «un interessante e promettente» approccio — per la rapida e soddisfacente soluzione delle controversie fiscali — è quello della mediazione fiscale, che si inserisce tra le “alternative dispute resolutions” e che al momento è comunque allo stato iniziale di sperimentazione. Al tavolo dell’incontro, per valutarne pro e contro, sono state quindi chiamate esperienze appartenenti a Paesi nei quali tale strumento è stato già sperimentato con successo (la danese Bjornholm Law e l’inglese Hm Revenue & Customs). 

L’attenzione è passata infine all’esame dell’International Compliance Assurance Program (Icap), progetto sperimentale sponsorizzato dalla Oecd Forum on tax administration cui partecipano otto Paesi tra cui l’Italia. Il programma di cooperazione tra amministrazione finanziaria e grandi contribuenti consente, a fronte di una serie di informazioni analitiche fornite dalle società, di valutare in via preventiva i rischi che potrebbero materializzarsi in futuro. Per Stefano Ceccacci (in foto, a destra), head of group Tax affairs di Unicredit, «la compliance è cruciale nel risk management e può aiutare a migliorare l’efficienza complessiva» del gruppo. «Ecco perché — dice a TopLegal — siamo conviti che i programmi nazionali e internazionali di Tax compliance assurance siano il futuro, specialmente nel caso di gruppi multinazionali». I benefici sono tangibili. Innanzitutto, rileva Ceccacci, possono incoraggiare e facilitare un dialogo trasparente tra i grandi gruppi e le autorità fiscali prima di operazioni che potrebbero potenzialmente avere insiti rischi fiscali. Inoltre, un altro beneficio significativo consiste nell’implementazione di un approccio maggiormente strutturato per evitare la doppia tassazione, attraverso la gestione tempestiva delle questioni di transfer pricing in uno scambio continuo e trasparente con le autorità fiscali nei diversi Paesi. «Unicredit è stata la prima banca in Italia a essere ammessa al regime di Tax Cooperative Compliance», ricorda Ceccacci, sottolineando che altre entità legali del gruppo hanno adottato con successo sistemi di cooperative compliance: nel Regno Unito dal 2010 e in Irlanda già dal 2005. 
 
tags: UnicreditMacchi di Cellere GangemiBruno GangemiStefano CeccacciAlston & BirdHm Revenue & CustomsBjornholm LawSam Kaywood
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