L'avvocato fintech
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20 feb 2020
La nuova domanda

L'avvocato fintech

La combinazione tra finanza e tecnologia richiede flessibilità e velocità, per anticipare le esigenze del mercato. Ecco cosa cercano le aziende

 

L'ingresso del digitale nel mondo  finanziario bussa con insistenza alle nostre porte. E per la consulenza legale, che si sta strutturando per rispondere alla domanda, si stanno aprendo opportunità su più fronti: da un lato le startup fintech, nate già in digitale ma che necessitano del supporto di consulenti esterni per le attività più complesse; dall’altro gli operatori tradizionali (banche, autorità indipendenti e istituzioni) che ancora faticano a entrare nelle logiche fintech.

Tra le operazioni più rilevanti registrate nel corso del 2019 da TopLegal figura l’assistenza prestata lo scorso febbraio alla Repubblica di San Marino da Gattai Minoli Agostinelli e Loconte nella creazione del nuovo decreto delegato blockchain. A inizio dicembre Eurizon, società di asset management del gruppo Intesa Sanpaolo, assistita da Gattai Minoli Agostinelli, ha annunciato l’avvio della partnership con la startup fintech Oval Money, assistita da Orrick Herrington & Sutcliffe. Inoltre, da poco è stata approvata la normativa "sandbox", uno spazio giuridico entro il quale le aziende che si occupano di innovazione fintech e insurtech possono sperimentare in sicurezza i loro prodotti innovativi per un periodo di tempo limitato e con un numero limitato di clienti. Dinanzi al fermento in atto, la domanda e l’offerta di servizi legali hanno ampi margini di movimento. Ma quali sono le necessità delle direzioni legali fintech? E come si stanno organizzando gli studi per fornire una risposta adeguata?


Cosa cercano le fintech
I servizi legali richiesti nel settore spaziano in tutte le sue ramificazioni, dalla blockchain alla disintermediazione di banche e pagamenti, passando per l’equity crowdfunding, la regolamentazione delle nuove tecnologie, le operazioni di finanza strutturata, l’implementazione di piattaforme fintech e la raccolta di capitale per startup e Pmi. A fronte di un potenziale di domanda ancora inesploso. Infatti, secondo un report dello scorso dicembre dell’Osservatorio Fintech e Insurtech del Politecnico di Milano le startup fintech e insurtech censite in Italia sono 326, per un volume di finanziamenti complessivo di 654 milioni di euro. Al momento sono ancora pochi gli investimenti di peso in queste società innovative, con alcune rilevanti eccezioni quali i 100 milioni raccolti da
Prima Assicurazioni, assistita da Orrick, e gli oltre 70 milioni di euro di MoneyFarm, che – assistita da Carbonetti – ha recentemente siglato un accordo con Poste Italiane per collocare sulla sua piattaforma digitale un servizio di gestione patrimoniale.

Nel panorama della tecnologia avanzata le società si muovono snelle e veloci. Due caratteristiche che, di riflesso, richiedono anche ai consulenti legali esterni. Per le startup fintech, infatti, è necessario che il consulente esterno sia flessibile, bilingue, munito delle ultime tecnologie e che non impieghi mesi a inviare pareri. Anche per questo motivo la gran parte delle funzioni ordinarie viene accentrata in capo alla direzione legale, che assicura la velocità necessaria nella consulenza operativa quotidiana. E così la compliance alle normative di settore, la contrattualistica e gli affari societari vengono gestiti in house e soltanto occasionalmente fatti oggetto di controllo da parte di consulenti esterni. «Gli aspetti legali vanno di pari passo con il business, perciò devono evolversi con la stessa velocità – precisa il country manager Italia di Qonto Mariano Spalletti. – La sfida sta nel garantire sempre lo stesso livello di conformità alla normativa all'aumentare della complessità dei processi aziendali. Oltre a un tema squisitamente etico, le startup non possono permettersi di fare errori, perché le multe in caso di violazioni sono - giustamente - salate e l'impatto sarebbe decisamente maggiore rispetto a quello che subirebbe una banca tradizionale». Qonto è una banca online, approdata in Italia a maggio 2019 e che a fine dicembre ha siglato un accordo con Lexdo.it, startup che punta sull’automatizzazione dei servizi legali, con l’obiettivo di supportare le Pmi nella nascita e gestione finanziaria-amministrativa dell’impresa.

Trattandosi di realtà con pochi anni di vita, le squadre legali interne sono normalmente di piccole dimensioni e spesso sono locate nel Paese di nascita della startup, per esempio quella di Qonto si trova a Parigi. Ci sono poi realtà italiane, come nel caso della banca digitale Hype lanciata nel 2015. Una realtà, lato ufficio legale, composta dal responsabile legale Rosario Brenna e da una risorsa junior. La dimensione ridotta del team di Hype, secondo Brenna, assicura la rapidità necessaria nei processi decisionali per "arrivare per primi" sul mercato: fin da subito si analizza e comprende l’assetto giuridico che, insieme agli elementi di business, consente di realizzare il miglior prodotto per rispondere alle reali esigenze dei clienti. «Gli operatori fintech – spiega inoltre Brenna – devono sfruttare tutti i canali di ascolto messi a disposizione dalle istituzioni. Oggi più che mai siamo in una fase di dialogo con il legislatore al fine di studiare lo sviluppo normativo del fintech».

In questo contesto i consulenti esterni sono più che mai necessari nel portare a termine le attività più complesse: la costituzione, il lancio dei nuovi prodotti finanziari e assicurativi e talvolta nella compliance relativa alla privacy. «Fin dalla costituzione, abbiamo cercato un alleato che potesse conoscerci a fondo e fornirci servizi legali sartorializzati, trovandolo in Chiomenti – racconta il general manager di N26 per l’Italia Andrea Isola –. Dopo un periodo di assestamento, oggi ci rivolgiamo anche ad altri specialisti in base alle singole materie in cui eccellono». N26 è una banca digitale di origine tedesca, arrivata in Italia a settembre 2017, che ha da poco istituito la propria direzione legale italiana.

Nessuna di queste realtà al momento può permettersi di fare a meno di consulenti esterni. Se infatti la direzione legale interna assicura risposte rapide ed efficienti sulla consulenza ordinaria, lo studio legale diviene fondamentale nei passaggi cruciali dell’esistenza e sopravvivenza della società, specialmente laddove si richiede un approfondimento giuridico. In termini di competenza, viene richiesta agli studi una preparazione ferrea, declinata però nel mondo della tecnologia, di cui devono essere profondi conoscitori. Due le modalità di approccio con i consulenti esterni, che spesso coesistono: il rapporto fiduciario con lo studio legale che ha seguito la società fin dalla nascita, e quindi ne conosce i meccanismi di funzionamento, ovvero la consulenza su specifiche questioni. Nel primo caso la startup molto spesso sigla con la law firm una lettera di ingaggio in cui l’oggetto del mandato viene genericamente indicato sotto il cappello della consulenza stragiudiziale. Nel secondo caso, invece, si procede all’incarico a seguito di una gara e l’accordo con lo studio ha un contenuto molto più specifico, sia in termini di costi che di oggetto del mandato.

Con uno sguardo al futuro, gli esperti segnalano due principali tematiche in arrivo sui tavoli dei consulenti esterni: il regtech e gli aspetti privacy nelle nuove tecnologie. Il primo consiste nell’applicazione della tecnologia alla regolamentazione, che permetterà di sviluppare sistemi in grado di individuare in pochi secondi la normativa applicabile, con notevole risparmio di costi. Il secondo è frutto della progressiva erosione dei dati personali che avviene con l’utilizzo degli strumenti tecnologici. Il mondo di oggi è sempre più paperless e in questo contesto si inserisce la verifica digitale del cliente, cui non verrà più richiesto il documento d’identità fisico, bensì basterà una sola foto o l’upload con riconoscimento immediato, con tutte le tematiche di privacy che ciò comporta.

Gli studi si organizzano
Tutti gli studi legali più strutturati si sono ormai dotati di squadre di professionisti con competenze verticali che abbracciano in toto le materie toccate dal connubio tra finanza e tecnologia. Se esperti di finanza strutturata, di proprietà intellettuale (in particolare di diritto delle tecnologie) e di data protection sono imprescindibili, sorprende di trovare tra i professionisti coinvolti anche i cultori del diritto antitrust, regolamentare, fiscale e del lavoro. Il fintech, infatti, abbraccia tematiche antitrust e regolamentari, essendo ben tre le autorità coinvolte: Banca d’Italia, Consob e Ivass. Sempre più urgente è altresì la risoluzione dei problemi legati alla pressione fiscale degli spostamenti di denaro eseguiti con le nuove tecnologie blockchain. Infine, chi si occupa di diritto del lavoro è chiamato a dirimere questioni innovative quali i profili giuslavoristici nell’acquisto di stock option da parte dei prestatori di lavoro nelle startup.

Una trasversalità che richiede flessibilità di apprendimento e che non può essere confinata in recinti chiusi. Per questo c’è chi poi sottolinea come la continua evoluzione della materia suggerisca di creare assetti organizzativi in grado di rispondere all’esigenza di integrare le competenze e la formazione della squadra di professionisti. «Nella task force creata dallo studio – spiega Emanuela Campari Bernacchi, partner e co-fondatrice del team fintech di Gattai Minoli Agostinelli insieme alle socie Licia Garotti e Valentina Lattanzi – vantiamo la presenza di due professori universitari: il partner Duccio Regoli e l’of counsel Marco Ventoruzzo. Infatti, in questa materia in continua evoluzione l’attività di ricerca è fondamentale per scoprire nuove opportunità ». Formazione che non si limita allo studio, ma in questo ambito rappresenta uno strumento potente di relazione con i clienti tradizionali. «Il nostro ruolo – spiega Campari Bernacchi – è anche quello di facilitare il dialogo tra il tradizionale canale bancario e i nuovi operatori fintech di mercato, in modo da realizzare le basi della cosiddetta “fintegration” (ovvero l’integrazione dei servizi finanziari tradizionali con le piattaforme fintech di nuova generazione), così come auspicato anche da Consob».

Gli studi legali vogliono proporsi come interlocutori privilegiati di queste nuove realtà e puntano ad assisterle dal momento della nascita fino alla consulenza quotidiana, passando per round di investimenti ed eventuali fusioni e acquisizioni. «Tra i servizi che offriamo – spiega Attilio Mazzilli di Orrick, responsabile del dipartimento tech in Italia – abbiamo inserito un sanity check relativo alla società. Si tratta di un’analisi in talune aree selezionate - quali la privacy, l’Ip fino alla revisione della governance e della cap table - prima del round, con l’obiettivo di correggere sin da subito eventuali imperfezioni e rendere decisamente più snello e rapido il processo di fundraising della società».

Gli studi che puntano sul comparto stanno investendo in alcune specifiche aree di espansione del fenomeno, dove prevedono la crescita più significativa della domanda di servizio legale. In particolare, secondo Mazzilli di Orrick, il legal tech porterà inevitabilmente alla standardizzazione di una serie di servizi, come la predisposizione di standard form o la preliminare revisione di documenti. «In questo scenario – precisa Mazzilli – i professionisti dovranno diventare sempre più business partner in grado di offrire supporto alle scelte strategiche del cliente».

Acquisiranno altresì sempre più spazio i profili legati alla protezione dei dati e alla tutela degli asset di proprietà industriale legati alle nuove tecnologie. «Lo sviluppo dell’intelligenza aumentata – rivela Campari Bernacchi di Gattai Minoli Agostinelli – richiede estrema attenzione con riferimento al trattamento dei dati, cui dovrà essere assicurata una protezione totale. Sarà dunque necessario poter contare su software e piattaforme informatiche compliant by design anche al Gdpr sin dalla loro elaborazione». Inoltre, sono tre le aree di espansione monitorate dal team Fintech: il potenziamento dei portali di crowdfunding consentendo la raccolta non solo di equity ma anche di debito; la citata fintegration e infine la cosiddetta “tokenization” ovvero l’emissione di token (di qualsiasi natura) su Dlt di cui le autorità nazionali ed europee si stanno occupando.


L'articolo è pubblicato nel numero di febbraio-marzo di TopLegal Review.

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